Autunno

Autunno
E' un tramonto italiano ma a me ricorda Ddorf.
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9 novembre 2013

Piccoli choc senza importanza...

L'esperienza di espatrio è fatta di piccoli choc, su cose che non ti aspetti. Che alle Grandi Differenze sei preparato da prima. Non ti aspetti di essere compreso se parli nella tua lingua, non ti aspetti di trovare la Garofalo sugli scaffali del supermercato, il caffè all'angolo dove chiedere il macchiato caldo in tazza grande, il sole di agosto ad agosto...sono le piccole cose cui sei impreparato che sorprendono. 
E smantellano, choc dopo choc, tutta la tua sicumera di "cittadina del mondo". See!
Solo mettendosi a nudo, con la tua vulnerabilità allo scoperto, avverrà la metamorfosi. Ma questo lo sai dopo. Dopo, dopo...nel frattempo, stai solo male. Fortuna che non conoscendo la malattia, di solito si sottovalutano i sintomi. E dai la colpa al tempo atmosferico.
Di San martin si è parlato. Anzi: Sankt Martin
Era il secondo episodio della serie come partecipare a una festa lugubre come una veglia funebre. 
Già a inizio asilo, un giorno vado a ritirare la Ari e la maestra, sorrisone gentile (ah, che bel sorriso aveva la Frau Bolcke, così si chiamava, poi da sposata ha cambiato cognome; nell'evoluta Germania si usa così... Con tutto che si lasciano e si ricombinano come le molecole su un vetrino, mantengono la tradizione della cancellazione del cognome femminile), la maestra, appunto: 
Non venite alla festa? 
Certo! Quando è? 
Ora.
E dov'è? 
M qui! 
Devo averla guardata sardonica. Qui dove? Ma nell'altra stanza. Entro. Nella sala mamme, bimbi, qualche nonno. Torte e bricchi di caffè su un lungo tavolo. Una bimba ciccissima alla cassa. Non deve avere più di 6 anni. E non sbaglia un resto. Le torte sono belle a vedersi, ancora ci cascavo, ma sono quasi sempre da impasti già preparati. Più belle che buone. E mattonazzi da digerire. 
I genitori e i rispettivi bimbi sono al loro tavolino...Ognuno con un decorino autunnale al centro. Non c'è nulla di sbagliato. Anzi. E' tutto così giusto! Gli invitati mangiano, silenziosamente, pulendo bene il piatto con la forchetta. Si alzano facendo attenzione  a non scostare rumorosamente le sedioline, salutano sommessi e se ne vanno. E' un silenzio che opprime. Pensi al corrispettivo in Italia, la festicciola avrebbe impedito il normale svolgimento della vita domestica a tutti i condomini. 
Come fanno a tacere così tanto i bimbi tedeschi? E i loro genitori? 
E Poi, perché tacciono tanto?

8 novembre 2013

Ich gehe mit meiner Laterne und meine Laterne mit mir...


Chissà perché non ho ricordi dell'estate. La prima estate in Germania. Solo dell'autunno. Sarà che ad agosto, era agosto quando siamo arrivate, l'estate è finita o sta finendo a Ddorf.
Come sia, il primo autunno invece lo ricordo bene.
E soprattutto ricordo il mio primo San Martin. Ci spiegano al Kiga di Ari che si festeggia San Martin...meglio, non spiegano nulla, ci ritroviamo un bel dì a seguire una piccola processione tra i frustoli di verde e parco stretti tra la tangenziale e la collina buia della foresta demaniale della città.
Davanti due trombette e un tamburo, dietro bimbe e bimbi e genitori e insegnanti, silenziosi e compunti, e infine la macchina della polizia, a passo d'uomo, con le spie luminose accese.
Si parte. Pioviggina. Nessuno fa un plissè. “San Martin, Saan Martin”...i bimbi belano, a fil di voce, canzoncine meste, le maestre canticchiano, a fil di voce, le stesse canzoncine meste, le trombe straziano, il tamburo lacera i timpani, tump, tump,
“Che è successo a San Martin?” Chiede la mia cucciola preoccupata, allora neppure treenne.
Eh, che è successo... cose brutte, che i santi morivano male una volta...
Sto inventando. In realtà di San Martino ho dei ricordi di un ragazzone sano, tirato a lucido, sul suo cavallo, che preso da improvviso raptus di generosità dona il suo mantello, anzi una parte del suo mantello, ad un anziano mendicante. 
Già...che lì per lì non rinuncia a impressionare il vecchio e le folle - qualcuno deve pur averlo visto per tramandarne le gesta- e zac! Ne taglia un lembo con la sua bella spada.
Uhm...e se il tutto fosse partito da lì? Dall'esigenza tracotante di provare il taglio dello spadone sulla flanellona color porpora, per provare se era davvero micidiale come gli aveva assicurato il fabbro: “la provi, taglia come un grissino il tonno!”.
Però, via, non so nulla del dopo, che magari a seguito di una qualche delusione amorosa, il tapino si è rivolto al cristianesimo e si è impelagato in qualche gruppo catacombaro, rimettendoci poi le penne nei modi folkloristici e truculenti che si usavan allora.
Del resto il corteo e le musiche sono così lugubri da lasciare poco adito a dubbi...morto male, deve essere morto male.
Finalmente finisce, i genitori e i bimbi sono visibilmente sollevati dall'idea di non dover più esibirsi, rientriamo nel piazzale del Kiga e lì si distribuiscono dolcetti e affini...Ah. Dolcetti. Chiedo del perché dei dolcetti e mi si dice che a) è usanza per questa allegra tradizione renana! 
b) la commemorazione riguarda proprio l'episodio del mantello. San Martin è morto bene. Almen lui.

Però. Penso, vedi mo' che atmosfera diversa, per un evento collettivo lieto, o che dovrebbe essere tale...tutto si svolge in silenzio. Questo penso mentre la macchina della polizia vede bene di innestare la sirena, andando in strada e ci lascia tutti lì. Sotto l'acqua. Fradici. Sul piazzale nero e bagnato di pioggia a biascicar dolcetti.  

21 ottobre 2013

Largo ai Glücksbringer!

Uhm...Mica tanto vero. Che l'Italia è più superstiziosa della Germania. Non è stato così per il passato e, a detta di molti, non lo è per il presente. 
La riflessione nasce da un gatto nero che attraversa la strada. E da qualcuno che, non credendo, precauzionalmente si ferma. Io, segnatamente. 
Un'amica commenta: da quando sono in Germania ho dimenticato tutti i nostri gesti anti-iella. Gettare il sale a parte...
Il sale in Germania non porta né bene né male. Il gatto nero porta male. Passare sotto una scala porta male. Così come, a revers lato fortuna portano bene, lì come qui: i quadrifogli, le coccinelle, i ferri di cavallo. 
Pure la monetina, le 5 lire vecchie in Italia, il pfennig - Glueckpfennig, in Germania.
Poi ci sono alcune differenze. Si tocca legno - auf Holz klopfen- e non il ferro per scacciare un pensiero molesto o la scarica di sfortuna. Il venerdì da evitare è il 13. Il 17 invece non se lo fila nessuno. 
Sui gesti apotropaici, scacciaguai, c'è una lunga tradizione. Si tirano le orecchie, per mimare la "levata di capo", ma non durante i Compleanni...
Si stringono forte forte i pollici nei palmi, il dito medio eretto è ubiquo, niente corna però, e sul gesto dell'ombrello ci sono versioni contrastanti. 
Secondo qualcuno è relativamente diffuso per influsso degli italiani. 
Una differenza importante, con conseguenze rilevantissime nella vita di tutti i giorni è quella che riguarda i cocci. Da noi rompere uno specchio sono 7 anni di guai. In Germania, invece, Scherben bringen glück, i cocci portano fortuna. E per questo infestano ogni angolo di città, parco, fiume, e la rottura delle bottiglie in mille cocci celebra qualsiasi festa popolare degna di questo nome.
Quante gomme di biciclette squarciate e ginocchia di bimbi tagliate, in nome della superstizione! 

13 ottobre 2013

Sembra tutto un sogno.



E a ripensarci, adesso faccio quasi fatica a dire che è stato tutto vero. Un pezzo di vita vera. Io a Duesseldorf. L'Autunno, le giornate plumbee, l'aria pungente, il neon azzurro della T.Com alla finestra e quello rosso, Mediamarkt, sulla strada. L'asfalto bagnato, sempre bagnato, la bicicletta fedele posteggiata al palo della luce, all'angolo con Gerthsstrasse. 
La Ari da portare all'asilo, la mattina, a volte in macchina, a volte a piedi; il nostro percorso, pieno di foglie colorate, d'Autunno. Gli alberi elefante, il parchetto giochi, il tennis, i becchi delle oche, arancioni che sbucano dal telo blu, e starnazzano, il sentiero umido e scivoloso, il Dussel che scorre rapido sotto di noi, l'erba fradicia. La spesa al bio della scuola poi il rientro, da sola, a volte correndo, per l'Ostpark. La solitudine, d'Autunno. 
Anche, la solitudine.
Eppoi invece l'abitudine, a quel silenzio ovattato tra le persone, le cose, i fatti, i luoghi...è stato, ad un certo punto dell'esperienza di espatrio, come muoversi in una specie di zona protetta, che si allarga intorno al tuo corpo, creando una barriera di rispetto. Si ha la sensazione di essere invulnerabili, lì dentro. E di scivolare nel mondo esterno, più che esserci. Sensazioni da expat, appunto. E non sono durate pure molto. Ma il ricordo è vivido. 
La sofferenza spesso dura poco, ma ha un potere penetrativo nella nostra memoria incredibile. Il perché sarà legato all'istinto di sopravvivenza. Però. ora che le nostre esistenze sono in balia di sistemi sanitari e di altri che c'assistono e non di belve feroci ed eventi naturali imprevedibili, ora che non c'aggiriamo nella jungla schivando serpenti e piante velenose, potrebbe essere un pochetto meno incisiva, la sofferenza? 
Che poi. Che poi, tornando a Ddorf, all'Autunno a Ddorf... a ben guardare me la sono spassata pure. E soprattutto negli ultimi due anni mi muovevo con disinvoltura. 
E' bella la sensazione di muoversi per una città che non è la tua come se lo fosse, con la tranquillità che ti deriva dalla conoscenza. I quartieri centrali oramai li battevo palmo a palmo; i negozi; i luoghi riferimento. 
Certe confidenze pericolose, si prendono coi luoghi!
Il parco di notte, per esempio. Da sola anche in Novembre, in bici, la giaccona in goretex, le scarpe con la para, i pantaloni pesanti. Un look da expat matura. Il primo anno non ti vesti così, se non saltuariamente, ma poi... poi diventa una divisa. 
Quelle orrende scarpone da tedesca te le ritrovi ai piedi. E trovi che siano pure comode e...sì, ti piacciono. La macchia sui calzoni... che vuoi che sia. Stirare i vestiti ai bambini... si smette. Che a Ddorf non lo fa proprio nessuno e t'avvedi presto dell'inutilità del gesto. 
E io viaggiavo, con la mia bicicletta. D'Autunno. Di notte. Aspirando l'aria pungente del buio, buio come raramente da noi. Aggiravo la statua delle oche, la casetta delle anatre. E qui, sempre, pensavo "devo portare il pane raffermo". Non me lo sono mai ricordata di portarlo, il sacchetto del pane. In quattro anni. Ecco. Le panchine retroilluminate dal neon. Siamo quasi a metà strada. Mi ci ero pure seduta una volta, la prima, in cerca di calore. E ci ho ricavato solo il sedere bagnato. 
Che tutto è bagnato a Duesseldorf d'Autunno. 

22 settembre 2013

Dottore, non MI mangia nulla...

"Uhm, per NOI sarebbe meglio al mercoledì, che martedì c'è atletica..."
"...E venerdì? VI va bene?"
"Aspetta che controllo l'orario provvisorio, NOI si è impegnate il lunedì...NOI, via! La Ari. Scusa Ilona, uso il noi proprio da mammette italiane."
"Ah, no, fai bene certo, NOI che sei tu che la devi accompagnare e riprendere, preparare i libri, eccetera.."
Scoppio a ridere. 
Certo, per una tedesca, la Ilona è l'insegnante di tedesco di Ari, quel noi ha un significato operativo. Visto che si occupa la stessa casella nel Termin Kalender si condividono le sorti...
Ma per le mamme italiane la sfumatura è affatto diversa. Il NOI nasce dalla confusione tra mamma e bimbo. Nel senso psicofisico di fusione-con. 
Tutto comincia nella prima infanzia, per ovvie ragioni di gestazione ed esogestazione. 
Poi si prosegue con le pappe, le visite, l'asilo nido. C'è totale sovrapposizione emotiva. Se il bimbo piange la mamma è depressa. Se non mangia, la mamma piange. 
E il "Dottore non MI mangia nulla" è frase idiomatica, sintomatica, di pragmatica.
Liberarsene, da questa-confusione, ci vuole un certo impegno.

23 luglio 2013

"Tu non dire che fai la scuola in Italia"

Speriamo di farcela. A non trasformare il post nell`ennesima, inutile lamentatio materna per le manchevolezze paterne.
Ieri primo giorno di Camp estivo di Ari. A Duesseldorf. Dopo concilaboli con l`insegnante  di tedesco che insisteva per la condivisione collettiva e ludica dell`apprendimento, una programmazione certosina con il Neandertaliano, corse per prenotare un posto in tempo, finalmente siamo riusciti ad iscriverla. 
Vai tu, vado io, ad accompagnarla al kiga siamo qui in due. I trepidanti genitori e la Ari. Che e`emozionata. Io di piu`. Oltre che emozionata allarmata per tutte quelle cose grandi e piccole che non sono state messe a punto. 
La prima: richiesto l`elenco delle carabattole da infilarle nello zaino - merenda, asciugamano, antiscivolo..., almeno un mese fa, il nostro che si e` occupato della prenotazione ha tergiversato -via, servono le solite cose!- fino a ieri. 
Ora, giusto 10 minuti prima dell`ingresso, mi legge da una stropicciata fotocopia quello che servirebbe 10 minuti dopo...La ragazza comincia a stressarsi: "Non mi avete nemmeno dato la crema da sole? Ce li ho i regenhose?..." 
Rispondo pronta, ma se sei gia`nera come un corvo, cosa te ne fai della crema da sole...Oggi ci saranno 30°, i regenhose te li cerco domani, dalla Anto!
Lo faccio per confortarla, in realta` mi spiace, temo non sia un`esperienza facile per lei. Non conosce nessuno, non sa scrivere propriamente in tedesco, ed e` pure un mese che non parla la lingua.
La seconda: la fotocopia delle vaccinazioni. Il libretto e` da qualche parte ma non l`ho trovato, il trasloco e` tutt`ora in corso. Comunque Ari ha fatto solo il primo richiamo di antitetanica, a due anni, mi pare. E se ce lo richiedono e sorgono problemi?
Intanto arrivano altri pargoli, maschi e femmine, Ari tira un respiro di sollievo che pensava ci fossero solo maschi. Un`altra bella idea del Neandertaliano quella di allarmarla su una presenza esclusivamente maschile.
"In caso di bisogno hai lasciato il tuo numero di cellulare?" Chiedo all`altro genitore. "Si, ma poi le ho dato un cellulare?". Un cellulare? A otto anni? Trasecolo. Ma se salta come una pulce d`acqua e fa cadere praticamente tutto. Quanto durera` il cellulare! Ravano nello zaino di Ari e afferro un involto informe, un composè di fazzoletti di carta. La protezione massima concepita dalla mente del nostro contro cadute e sfregamenti del delicato apparato elettronico...
Via, conteniamo lo sbotto, che adesso siamo invitati ad accompagnare i cuccioli all`ingresso della "porta d`acqua", Ari apparterra` alla squadra dei cavalluccci marini pazzi.
"Non ci sono stati problemi con il fatto che non vive a Duesseldorf?". Chiedo mentre seguo con gli occhi Ari che cerca il suo nome sull`elenco, e quello, fresco come acqua di sorgiva: "Io non ho detto nulla e comunque le ho raccomandato: Ari, ricordati di non dire che fai la scuola in Italia!"
!!!
Ma che cosa rispondera` a domanda diretta?
E questa era la terza cosa...

11 luglio 2013

Lasciare libero il wendeplatz


Basta voltare la macchina verso i monti, anziché il mare, all'uscita dell'autostrada, e arrampicarsi per pochi chilometri sulle stradicciole strette, tra gli ulivi e i muri a secco e qualche -brutto- condominio moderno. Ad un certo punto, non si incontrano più scooter, apecar, utilitarie, ma macchine grandi e pulite. Van. Una “D”bianca nel quadratino azzurro della targa. E via i piccoli neri liguri, a torso nudo, dallo sguardo truce e la camminata sciolta. Solo alti e dinoccolati dalle membra pallide, cappelli a tese larghe, camice a quadri. Non bastasse l'evidenza: i cartelli, gli avvisi, i messaggi sono bilingue, italiano/tedesco. A volte solo in tedesco. Anche quando riportano lo stemma del Comune o della Provincia.
I tedeschi dell'entroterra di Ponente non sono proprio turisti, auspicata presenza estiva. Nel Ponente i tedeschi ci abitano. E spesso sono gli unici abitanti di frazioni abbandonate, gli unici che trovano attraente vivere su coste impervie e gestire un territorio complicato. Collaborano con i sindaci, e investono soldini...La cosa positiva, personale parere, è che si impegnano a mantenere il paesaggio così com'è. Come gli è piaciuto (mica come noi che comprando i nuovi appartamenti al mare abbiamo contribuito allo smantellamento di quel paesaggio di cui volevamo godere!)

Dolcedo
Bellissimi
La cosa negativa sono loro, cioè la loro apparenza fisica...non che siano brutti, anzi! Esteticamente, nel cambio ci si guadagna. Ma sono riconoscibilmente tedeschi! E da tedeschi, non si amalgamano con il paesaggio, quel paesaggio che gli piace tanto nella sua unicità mediterranea... Come dire, in un terroir dove tutto coopera all'identità peculiare e irripetibile -natura, arte, enogastronomia...il dettaglio sbagliato è la loro stessa presenza. Cercando degli esempi a vanvera, tanto per evitare sospetti di razzismo che non è questo il punto...e' come se in un perfetto scenario invernale gli alberi fossero pieni di succosi frutti estivi o, in uno splendido mare incontaminato al posto dei pesci nuotassero lucenti e colorate scatolette di tonno e acciughe conservate.
Al santuario dell'Assunta
Oggi alle pozze, laghetti di un azzurro intenso, su per i bricchi, c'erano loro. I piedoni pallidi, le spallette ossute e qualche bella panzetta da bevitori di birra. Silenti e fermi, in attenta circospetta visione del mondo circostante - mondo che li vede spesso osservatori e quasi mai soggetti partecipi dello spazio tridimensionale. Oggi c'erano loro. Solo loro. E per fortuna! Se no, il sentiero per il Rio dei Boschi sarebbe già stato ingoiato dalla macchia mediterranea e l'oblio. 
 
L'azzurro delle pozze del Rio dei Boschi

6 luglio 2013

Amarcord tra NordReno e fiume Po.

“Lo sai vero che ti ritroverai in mezzo a una strada?”
Il commento del padre tedesco a sua figlia 22enne, che gli annuncia che sposerà quell'italiano conosciuto due anni prima. In Sicilia.
Fine anni '70, che sembra ieri, ma sono millenni fa. Lei Iris, diciannovenne renana, decide di accettare l'invito di un'amica e prendono il treno che da Duesseldorf le porta a Milano, da Milano in Sicilia. In bus e autostop visitano Catania, Palermo, Trapani, le Egadi, infine Agrigento. L'ultima tappa prima del rientro. Ad Agrigento chiedono ad una ragazza, con il loro italiano stentato, dov'è la stazione. “Chiamo mio cugino, parla inglese!” E il cugino arriva. Faccia scura, occhi dolci. Camicia bianca, pantaloni neri. A ricordarlo, Iris ancora si commuove. “Siete sole?”, “ Non è bello. Sto con voi”. E si ferma, tutta la notte in stazione ad Agrigento, ad aspettare con loro il treno per Milano. Si ferma e s'invaghisce di questa ragazza tedesca dai capelli selvaggi, fiammanti d'hennè, i sandali di cuoio sui piedi ben saldi, la lunga gonna indiana, il libro “On the road” nello zaino. Si invaghisce di lei e di quello che rappresenta: è straniera, viaggia, fa l'autostop, vive già da sola, lontano da casa. Lui, di Bergamo, casa sua non la riesce a lasciare anche se ci vive male, lei si sorprende che pur lavorando da anni, non disponga di soldi suoi. Vengono versati alla madre a fine mese. Come tradizione.
Arriva il treno. “Non ci vedremo più!” fa lei. “Chi lo dice?!” fa lui. Un mese dopo, a Duesseldorf, al pensionato dove vive, lei riceve un biglietto aereo per Ustica. E' lui. La invita, ancora, in Sicilia. Le amiche la invidiano, già tanto se i loro boyfriend tedeschi offrono un caffè, ma la preparano: gli italiani sono così, infiammabili ma poco affidabili. Esattamente quello che pensa il padre di Iris, orgoglioso ferroviere renano di origini contadine.
Dopo Ustica, è il ragazzo, orgoglioso infermiere padano di origini contadine, che viene a Duesseldorf, a sorpresa, e a lui Duesseldorf sembra New York. Le ragazze che ricevono i ragazzi al pensionato, sarebbe vietato, ma si fa... i bagni al lago -tutti nudi- le saune...
Poi lei scende da lui. Per qualche mese, giustifica alla famiglia. In attesa che la chiamino all'Università. Non tornerà più, stabilmente in Germania. 
Lui si vergogna a riceverla in casa, prende coraggio e va a convivere con un paio di amici. Dopo cercano un appartamento solo per loro. “Infermiere cerca appartamento arredato per lui e la sua Fidanzata”. Un signora anziana li contatta. Nell'appartamento, che sa d'antico, c'è tutto: anche i pitali nei comodini! Loro non hanno nulla, neppure una federa. Lo stesso giorno da Croff Casa, si comprano scolapasta, piatti, posate e bicchieri. Il sapore di quella prima spaghettata in casa loro è indimenticabile: sapore d'indipendenza, di libertà, di futuro. Due anni insieme. Iris trova lavoro, come baby sitter da una insegnante tedesca. Poi si sposano. In Germania, con rito protestante. A lui va bene, rinuncia volentieri agli ingessati rituali cattolici. La suocera, invece, non le rivolgerà la parola per anni.
Il primo figlio, un anno dopo il secondo. Il terzo. La suocera perdona.
Un'altra casa, sempre in affitto, dal giardino immenso e - purtroppo- un unico bagno!
Trent'anni insieme. Anni densi.
L'anno scorso il padre di Iris si ammala.
E' grave. Iris e suo marito fanno continuamente la spola, Orio Duesseldorf, Duesseldorf Orio. L'unica persona che lascia avvicinare, a curarlo e provvedere alle sue necessità di malato, il vecchio ferroviere tedesco, è il genero italiano, quello che avrebbe lasciato la figlia per strada.
“Per me sei come un figlio. Meglio di un figlio.”

Fa in tempo a dirgli, con gratitudine. In italiano.

9 giugno 2013

Scuola "su", scuola "giù".

Giovedì sera vado all'aeroporto a prendere un'amica di Dusseldorf, in scalo per Roma. Capita ancora così, l'amica arriva, i saluti e si comincia a parlare come se io ancora fossi "su", a condividere delusioni e iniziative gioie e dolori. Come sempre poi, quando l'amica se ne va, avverto come un senso di abbandono, un'ingiustizia, uno strappo allo stato delle cose. E resto "gnecca" per un tratto. Gnecca, cioè pensierosa e meditabonda. Chissà quando la mia psiche si riaggiornerà con la vita che sto vivendo ora e non mi farà più sentire expat in rientro?
Scuola. Si parla di figli e di scuola. Dalla sua, lei insegna nell'unica realtà in città dove si pratica l'italiano, hanno espulso un bambino, meglio la mamma. Aveva atteggiamenti aggressivi con il corpo docente. Non mi stupisco. Anche all'asilo di Ari era capitato un caso simile.
Una mamma aveva attaccato fisicamente una Frau e di conseguenza le era stato impedito di entrare nell'istituto. Mamma tedesca. Asilo blasonato. Anche quella di cui mi riferisce l'amica è tedesca.
Ripenso all'episodio ieri mattina, quando armata di rastrello e vanga scendo alla scuola di Ari per la sistemazione di un'aiuola. Penso confortata che la Ari frequenta le elementari in Italia, qui dove tutti si conoscono, le maestre si amano e i bambini collaborano (situazione confermata anche l'ultimo giorno di scuola. O le docenti si dopano o occorre dare loro credito). Rasserenata, capita così raramente di essere contenti delle decisioni prese, mi reco all'aiuola. E mi cadono letteralmente i maroni... tra gradoni di cemento sbrecciato, lordi di immondizia varia, si apre uno spazio di terra smossa, argillosa, fradicia. Con il contributo di un papà ricopriremo lo spazio di ghiaia. Ci sono già tre papà al lavoro, belli tonici. Mi spiegano, rastrello facendo, che le bidelle non puliscono l'esterno della scuola, non è nel loro mandato. Per contrastare l'evidente degrado architettonico c'è in progetto la riqualificazione dell'edificio, fermo da tre anni. Nel frattempo occorre lottare con l'amministrazione comunale per POTER intervenire da volontari e mettere qualche pezza. Un fatto di proprietà. Noi genitori non potremmo modificare un immobile che non ci appartiene.
Ecco. Quando si dice "toccare con mano" la gravità della situazione. "Su" e "giù".

3 giugno 2013

Battesimo all'italiana. Stile classico.

La mitica 500, e i bimbi non ne uscivano più.

Tutti coi vestiti belli. 
Che per le donne vuole dire soprattutto attuali. E se l'attualità reclama scollature abissali, trasparenze da lingerie e spacchi altissimi, fa uguale. Che ormai in Chiesa ci entra anche lady Gaga. Per gli uomini giacca e cravatta o maglioncino e camicia inamidata. Capelli irrigiditi dalla piega, bambini in tenute paralizzanti. Le bambine si muovono nelle scarpette rigide come le cinesine sugli zoccoli. Quelle con i piedi fasciati.
Tanto non si cammina. In Chiesa si arriva in macchina. E in Chiesa si sta. 1 ora e 48 minuti. Contato bene. 
Il prete ce l'ha con la massa dei credenti eventuali, legati cioè ad un evento meramente celebrativo. Quindi ce l'ha con noi, o una buona parte di noi, deduco. Deduco correttamente. La sua vendetta si palesa messa facendo: farci soffrire per meritarci una qualche forma di grazia. Gli strumenti a sua disposizione: il buio, il freddo, gli inni cantati come ragli, la bruttezza vistosa delle assistenti, dei chierichetti e, soprattutto, prolungare la liturgia oltre ogni limite, ogni fase della liturgia. Il singolo rito viene evidenziato e raccontato, come in un post su Facebook. "Ecco adesso è il momento dell'ektenia, che vuole dire apertura, delle orecchie e della bocca...". "Slacciate bene le vestine che l'olio va dato sul torso e non sul gozzo, come fanno certi per non sporcare i preziosi corredini...". 
Poi, come alabarda spaziale si abbatte su di noi la tortura delle torture: la predica. Infinita e truce. Predica sul Corpus Domini, quindi morte e sacrificio e dolore ed espiazione (se ne batte il belino dei due neonati, della vita in rigoglio e di cose leggiadre e piene di speranza...) 
Il corpo è sofferenza. Che a fermarsi alle sete e ai lustrini del gregge accorso non sembra, ma a scrutare bene i visi...i tacchi stritolano i piedi, le cravatte serrano i colli, le cinture asfissiano, la navata è gelida, i bambini piangono e reclamano un pascolo per scorrazzare, le mamme negano poi cedono.
I padri cedono se sono le mamme ad accompagnarli, se no negano.

Ogni volta che c'è una accelerata di ritmo, o una parvenza di, il carnefice officiante se ne incorre e rampogna. " Scambiatevi TUTTI un segno di pace, mica solo i soliti noti. Sporgetevi, sporgetevi pure ai banchi retrostanti, che è dal gesto che si vede il buon cristiano..."
La messa finisce, nessuno osa lasciare il proprio banco. Siamo più che rassegnati, asserviti. E' lui, infatti, che autorizza a riaprire il portone della navata centrale. Bontà sua. E' un aguzzino, ma ha carisma. 
Finalmente fuori, finalmente aria, finalmente sole. 
Prossima meta, l'aperitivo a casa dei genitori. L'abitazione è a 300 metri dal piazzale della Chiesa, ma non si compromettono le toilettes delle signore prima dell'entrée al ristorante...
Quindi tutti in macchina, nel caos di richiami e sgommate rischiano la vita un vecchio zio e un paio di pargoli. A casa degli invitanti si stappa il primo prosecchino e si beve il terzo caffè della giornata. Per tonicizzare i bimbetti niente di meglio della Coca Cola original; poi scalciano come i cavalli del Palio.
Fine della sgranchita, si rimonta in macchina, le signore hanno provveduto a rinnovare trucco, cambiare calze smagliate, aggiustarsi le chiome. Gli uomini a sganciare il primo buco della cintura.


...E siamo solo ai primi.
Al ristorante, lotta per il parcheggio più prossimo all'ingresso, foto all'ingresso, insieme a una decina di gruppi ugualmente allestiti quivi convenuti per festeggiare matrimoni, battesimi, cresime et similia. 
Camminare come i trampolieri, anche se per pochi metri, affatica quel che serve a stimolare un certo languorino. Un bicchiere di bianco, dalla bottiglia immersa nel ghiaccio, e via con gli antipasti. I primi tre si ricordano bene, che sono quelli che spengono la fame. Gli altri ti fioccano nel piatto come le granate in trincea. Basta che ti distrai un attimo e fiong!, ecco l'orzotto coi gamberetti, vai in bagno, torni e sul tuo piatto si è creato un ecomondo, i commensali - gli altri- ti guardano beffardi. Tra loro c'è chi sapeva, chi qui c'era già stato, chi ha cronometrato il round del cameriere per calcolare esattamente la gittata e rifiutare al momento opportuno, allontanando il target, il piatto cioè...
Al nono antipasto concedo un quarto d'ora d'aria alla Ari, è spenta come la Carfagna dopo l'insediamento del governo Monti. Nei portici, comode poltrone in vimini ospitano i caracollanti convenuti, solo qualche ragazzotta ben in carne si ostina a fotografare e farsi fotografare negli angoli idilliaci dell'agriturismo. Che è idilliaco. Ulivi, viti e bianco, bianco dappertutto. Bianchi i fiori, le tovaglie, i cuscini, le candele e le lanterne, appese agli ulivi e ai vasi di agrumi con nastri di raso. Bianchi.
Non so perché tutto 'sto candore mi irrita. L'erba rasa, coi filetti che sembrano piantati uno ad uno, sui quali spuntano le famigliole con gli abiti lustri, le macchine lustre, i bambini, immobili per non sporcarsi, incastonati sulle poltrone a guardare gli ipad...
Penso, per un attimo a un corrispettivo tedesco. Uhm..il decor sarebbe più ricco, con un taglio kitsch, quasi certamente. Il bianco puro, no, non l'avrebbero retto. Minimo una spruzzata di grigio argento e verde salvia. Ad essere sobri. Una statuetta di qualche animale agreste, qua e là, per bene che vada almeno una mucca, in scala 1/1 e uno stormo di papere. Due oche. Gli immancabili vecchietti, in coppia, sulle panchine. 
Però nel giardino senz'altro sarebbero sorte le sandkasten. E magari un paio di tappeti elastici. Altalene e corde per arrampicare, presenze certe da loro come gli aumenti delle tasse a settembre da noi. Probabile una teleferica. Nel porticato poi, gabbie di conigli in visione, e pure le scuderie coi mansueti equini dentro. I bambini si sarebbero svagati,di più e meglio. Gli adulti però avrebbero mangiato e bevuto peggio. 


Stanca solo a leggerlo, il menù.
Sì, che nella fattoria del Bianconiglio si mangia meravigliosamente bene. Troppo. Ma bene.
Il cameriere ci richiama al tavolo, con lo stesso tono perentorio del prete di stamane e una cofana fumante in mano. Lasciamo malvolentieri i cuscinotti sui quali giacevamo come dugonghi spiaggiati. Risotto al prosecco - peccato la panna, tagliolini ai funghi, notevoli, ravioli alla bresciana, che sarà mai il distinguo con quelli d'altrove. Dopo i primi, riposino lungo. Il pomeriggio si accorcia, le luci s'indorano, osiamo un vai e torna alla macchina. Ma il cameriere richiama, l'alzata dai cuscini stavolta è da veri duri, come da un campo di battaglia dopo la sconfitta, i sopravvissuti si guardano e si contano tra i lamenti e le urla soffocate dei caduti addormentati.
Polenta, patate al forno e arrosto agli agrumi e rosmarino. Salto il turno, mi sto impratichendo, per dedicarmi alla tagliata. Perfetta come raramente. Segue il riposone, è quasi l'imbrunire e al nostro rientro in sala, parmigiano e noci. Finalmente, librandosi come l'angelo liberatore, arriva il carrello del dessert. Caffè. Sambuca. Ammazzacaffè. E' finita, questa sporca guerra è proprio finita. Lasciamo il tavolo, con la stessa repulsione affettuosa del soldato che saluta la branda della caserma dove ha passato la naia. Ci stiracchiamo. Il giorno è stato risucchiato. Ci accoglie una sera fresca di poche lucciole. Resta giusto il tempo di rientrare in autostrada, beccare le ultime code dai laghi, preparare la cartella alla bimba e via, a nanna. 
Ah, benvenuto tra noi,Tommaso.





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22 maggio 2013

Vedi alla voce 'flessibile':..polvere da flessibile!

Alcuni vicini si sono lamentati dei rumori molesti. Capita, un cantiere è un cantiere.
In tutto il mondo.
Persino in Germania. A noi, per esempio, è capitato così. Ci avvisano che rifaranno le pavimentazioni dei balconi esterni al nostro appartamento, in affitto. Una quindicina di giorni prima dell'inizio lavori si presenta il capo cantiere. Con tanto di elmetto giallo. Ci spiega cosa faranno e quanto dureranno i lavori. In buon inglese, per aiutarmi nella comprensione. Quando stringe la mano per andarsene, ne approfitto per chiedere se è meglio mettere in salvo qualche masserizia. Nega vigorosamente poi sorride in modo rassicurante: “Kein problem” . Oh. Che dire. Ancora una volta penso che la Germania sia un paese “meglio”.
Poi.
Poi iniziano i lavori.
Dalle 6.45 del mattino. Polvere dappertutto. Estranei che s'affacciano sulle camere. Mettiamo i cellophane alle finestre e per un mese si vive come dei pesci rossi nella boccia.
Poi.
Poi cominciano con i martelli pneumatici. E tutto quanto appoggiato alla parete fronte balconi cade. Sembra di essere a Beirut sotto i bombardamenti. Cade e s'infrange anche un vaso azzurro di mia madre, che adoravo. Ho tenuto i cocci per un anno.
Chiedo spiegazioni e modalità di risarcimento.
Tutti nicchiano. A cominciare dal padrone di casa.
Ma dove è il capo cantiere tranquillizzante come JFK ai tempi d'oro?
Ha cambiato cantiere.
Ecco.

Ps: ad ogni buon conto per avere gli orari compatibili per le lavorazioni “rumorose” nel mio Comune ho dovuto attivarmi io, impresa e architetto sono stati sul generico; chiamare Ufficio tecnico e i Vigili locali per ben tre giorni. A Bergamo invece il modulo prestampato con gli orari e i riferimenti normativi da apporre ben visibile sull'edificio è scaricabile on line.

16 maggio 2013

Tutto bene! No, che peccato, davvero?!

Interclasse del 22 Aprile 2013, l'ultima dell'anno scolastico in scorso.
"I bambini si impegnano e hanno tutti raggiunto i risultati del programma ministeriale. Sono sempre più autonomi, giocano insieme e non si registrano episodi di marginalizzazione.
In Matematica siamo un po' avanti col programma. Abbiamo sperimentato diversi approcci al calcolo, e concluderemo entro la fine dell'anno tutte le numerazioni dal 2 al 10
In Italiano abbiamo deciso di adottare i quaderni a righe di terza che i bimbi dimostrano ottima padronanza nella scrittura.
Abbiamo cambiato la piscina, i bambini apprezzano la nuova sede e l'approccio didattico degli insegnanti di nuoto. Da parte loro gli insegnanti ci hanno fatto i complimenti per l'educazione dimostrata, il silenzio e il rispetto degli spazi aperti al pubblico.
Grazie ai contributi delle associazioni del territorio anche quest'anno abbiamo potuto assicurare il corso di psicomotricità, il teatro delle emozioni, il corso di pattinaggio con la maestra Sara, la gita al museo del Giocattolo."
Tutto bene, no?
Quindi possiamo alzarci, ringraziare le maestre, magari farci un caffè alla macchinetta e quattro chiacchiere e via?
Macchè, siamo in Italia e se non soffro non va bene. E infatti ecco le prime premurose genitrici:
"Noi abbiamo il problema delle letture lunghe. Se sono brevi la mia Ludo se le ricorda...se sono più di tre capitoli, diciamo, quando le chiedo di farmi un riassunto mi accorgo che fatica...Come mai?"
"Ieri sera con mio marito a letto abbiamo guardato le prove Invalsi di matematica e l'esercizio 6 proprio non l'abbiamo capito... se non l'abbiamo capito noi, ci dicevamo..."

Cominciano a mancarmi quelle belle riunioni all'asilo di Ari, dove si affrontavano questioni come: "Quella bambina è denutrita, cosa possiamo fare" e " Amrid picchia sistematicamente tutte le compagne" oppure "Anika cerca di infilare i bastoncini negli orifizi delle sue compagne..."



9 maggio 2013

Alzano Lombardo mejo de Oberhausen

Un museo sorprendente, in un luogo sorprendente.
Che non se lo fila nessuno, ho chiesto a quattro persone tra cui una maestra elementare, prima di rintracciarlo. In un paese, neh!, mica a NY... Una cosa per volta. Ieri raggiungo qui art director e regista, stanno girando un video per un'azienda che produce "soffianti a canale laterale". Che sono degli aggeggi che sparano l'aria dove serve. Nelle Jacuzzi, per esempio.
Vabbuoh, per ragioni varie il video sul nuovo marchio dell'azienda, una specie di canotto azzurro fluttuante nell'aria, si gira in questo museo, inaugurato nel 2009. Si chiama Alt per il moderno va di moda l'acronimo.
Già l'edificio:

Era un opificio, realizzato da Pirovano...quello della Stazione Centrale di Milano.
Uno stile complicatissimo, con influssi moreschi, liberty, romanici, bizantini, ma per qualche ragione ha una sua coerenza compositiva. E imponenza.
Dentro, sembra l'interno di una basilica romana, con tanto di aperture circolari sulle volte...


Un recupero attento con strutture studiate ad hoc e reversibili, accompagna l'esposizione di opere di arte contemporanea, frutto della passione di due mecenati, Fausto Radici e Tullio Leggeri. Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft, Serrano, Marina Abramovic,..mica paglia. Poi i "classici" Fontana, Boetti, Manzoni...
Una spruzzata di Scuola di Dusseldorf, il ritratto in primo piano nella foto ad esempio, che in quantitativo spry non guasta mai, e incursioni nei tentativi dei giovani talenti del territorio. Insomma, a Bergamo c'è anche la Gamec, con una sua collezione di arte contemporanea, ma secondo me manco gli bagna l'alluce a questa dell'Alt.
Procedo alla visione delle opere, in totale solitudine, e trovo belle pure le didascalie. Potere allucinatorio del piacere della scoperta. Il regista e l'art director intanto cercano di rimediare sconsolati ai problemi del quadro elettrico - ma perchè, in Italia sono così frequenti i problemi tecnici, microfoni che non funzionano, quadri elettrici che si disattivano, lampadine che saltano, ecc ? Ritardo infrastrutturale? semplice incuria? mancanza di procedure di controllo e verifica? -
Bah. Chiedo a una preparatissima e appassionata custode gli orari di apertura al pubblico. Faccia sconsolata. Niente da fare. A parte per ricorrenze ed eventi speciali, causa divergenze tra le proprietà, Alt è attualmente bloccato. Viene da dire, un nome malaugurante...


16 aprile 2013

Ma che sei tornata a fare...


Giorni come oggi, mattine come stamattina...
A volte cedo alla tentazione e mi sciroppo i vari "Nove in punto", i notiziari e gli aggiornamenti di Radio24...Ecco il Polillo che dice: "No, non vogliamo aumentare le tasse, però sì manca un miliardo per le casse integrazione...", "Ma non lo prevedevate?" "Sì, certo però sarebbe stato varato il nuovo governo..." Indi? Mi chiedo io, che non ne capisco un'acca, cosa sarebbe mai cambiato nel nuovo governo, si sperava forse nella presenza del mago Otelma che i soldi li crea con la stagnola?
In mattine così, con dichiarazioni così, ti senti proprio intriso di italianità. Un bel fango misto di rassegnazione, vittimismo, rabbia sorda, scoglionamento, tirar a campare, condito di un latente pervasivo senso di colpa. Senso di colpa, sì. Che c'è sempre una vocina, in fondo in fondo che suggerisce che un po', magari poco, ma un po' è colpa tua. Potevi fare diversamente, potevi fare di più, potevi impegnarti...Il senso di colpa. Ovvero la ruota dentata -presente quella di Sant'Agnese? che fa girare il mondo.
Del resto...con il massimo rispetto per chi crede, ma ancora oggi la prima confessione dei bimbi si fa a sette anni. Sette anni...un'età in cui comincia a capire il senso del giusto e dello sbagliato legato alla consequenzialità dei propri atti. Ma il peccato? E che sottolineatura di partecipazione familiare e collettiva alla prima confessione! 
Quasi era preferibile ai tempi miei che il parroco faceva durare la confessione delle bambine il doppio di quella dei maschi. Alla richiesta del perché: "loro non sono maliziosi...e poi devono giocare al pallone".
Beata innocenza. Io svenivo in chiesa, e questo al parroco non piaceva, era indizio di qualcosa di strano, forse luciferino. Io ero timida. Sono timida. Tutti sono timidi.
Svenivo che l'odore dell'incenso mi frastornava e poi il freddo e poi quelle immagini scure e orrende dei santi decapitati, bucherellati, tagliuzzati, accecati, detettizzati...praticamente un macello.
Eppoi c'era la comunione e quando mi avvicinavo all'ostia sentivo gli occhi di tutti addosso, e avevo paura che cadesse, o che l'odore delle dita del prete, nauseabondo, mi facesse rigurgitare il sacro boccone...eppure mi avvicinavo all'altare, cric cric, le suole delle scarpe di vernice, i piedi gelidi nei calzini di cotone, duri come cartavetro... Prima della comunione c'era il segno della pace, scambiatevi un segno di pace e io avrei fatto la guerra a chiunque purché non mi toccasse. Se erano persone della famiglia temevo i sorrisetti furbi o il sorriso accennato di mio padre che interpretavo sempre allusivo... se erano estranei temevo il contatto delle loro mani sulle mie, se non c'era nessuno cui offrire la mano mi sentivo la pecora nera del sacro gregge che nessuno voleva vicina.
Odiavo la messa, la chiesa, il prete, gli oranti, i canti che erano ragli, le omelie...tutte quelle parole senza senso pronunciate senza amore.
Però mi sentivo in colpa a non andarci a messa, e scontentare le aspettative di quel cattolico anomalo di mio padre che si è disegnato una religione a sua immagine e somiglianza. Come del resto ha fatto con tutto nella sua vita. E che fortunato a riuscire in questa fantastica operazione di tailor cutting di ogni riferimento importante. Se ne fosse consapevole vivrebbe più felice.. no, correggo. Lui è felice, avrebbe solo rotto un poco meno le scatole a chi gli stava e gli sta intorno. Privilegi degli italiani di qualche generazione fa.
E noi, invece? Noi italiani di oggi s'intende. Noi qui. Tra la paura, il disagio, l'incomprensione e prospettive future lievi e incerte come ombre cinesi.
Parcheggio, sono arrivata, spengo la radio, allontana da me questo calice o straziata politica peninsulare.
Ecco. In Germania stavo meglio. Lontana dal gravame letale. A casa mia a farmi gli affari miei e a malapena sapevo chi era il cancelliere tedesco.
E tanto bastava.

28 marzo 2013

Italians keep it better

Il lavoro di catalogazione tra i popoli, spulciando tra le abitudini domestiche, quotidiane delle persone è complesso, ma intrigante.

Per esempio, confrontando, si scopre che gli italiani sono dei grandi spigolatori. Noi, italiani, ci sorprendiamo delle micragnerie tedesche.

Sono capaci di mantenere le scatole di tutti i loro acquisti, anche i più irrisori, per poterli piazzare meglio in caso di rivendita su ebay. 

Possono mangiare da Aldi per tutto l'anno solo per non compromettere le vacanze a Maiorca. 

Ognuno al momento del conto paga per sé. E questa è la regola. 

Però gli stessi tedeschi su certe cose non ci capiscono. E sorridono di noi.

La raccolta dei sacchetti, per esempio.

Mia mamma li serbava in contenitori differenti e per i differenti usi. Quelli di carta, tipo per la verdura o per il pane, venivano tenuti per il pane secco, ma anche per scolare l'olio delle patatine fritte, avvolgere i panini alle gite...

Le buste di carta grandi in genere erano utilizzate per i vestiti da portare alla sarta o in lavanderia, o a stirare – a proposito: la Maria, la mitica cameriera dei miei, dice che aveva capito che mia mamma non stava bene quando le ha lasciato la plancia di comando della stiratrice...non era mai successo in 30 anni-

Quelle medie, sempre buste di carta, servivano per il trasporto di cose, oggetti, alimentari ed erano comode per raccogliere la carta della differenziata.

I sacchetti di plastica, invece: ridotti in comodi triangolini divengono passe partout da mettere in borsa per la spesa e tutti gli usi possibili immaginabili. Quelli grandi, resistenti, con le maniglie in plastica rigida, sono ottimi per il trasporto di cappotti, coperte, lenzuoli; quelli di plastica fina, trasparente per confezionare i maglioni a fine stagione; quelli lunghi delle lavanderie sono giusti per riporre i cappotti e i soprabiti in guardaroba, allegati al cono antitarme.

Io ricordo un contenitore anche per i sacchetti più piccoli, da farmacia o da drogheria Rossmann in Germania. Perfetti per le scarpe nelle valige o le cinture...

I sacchetti mica è l'unica cosa che si conservava – e in parte si conserva- religiosamente, a casa mia. Abbiamo sacchi e sacchi di carte regalo, riciclate, stirate, riposte per dimensioni e colore. E nastri e fiocchi, anch'essi divisi per colore. Poi stracci, cestini e tappi, anche qui: di plastica a fungo per gli spumanti; sughero per le bottiglie.

Lacci e laccetti, da quelli in plastica con l'anima di metallo a quelli in stoffa. E gli elastici verdi dei mazzi di asparagi? C'era un posto anche per quelli, finivano avvolti al rubinetto del lavandino...i bicchieri della Nutella e degli yoghurt in vetro, i bicchieri di coccio dei dessert...Ma qui si entra nel mondo parallelo del collezionismo domestico.

La cosa strana è che sono moltissime le case dove vedo le stesse raccolte. Forse i miei, potendo disporre di spazi grandi, esageravano in quantità... ma è un vezzo proprio diffuso, la spigolatura. E non dipende, almeno da mia esperienza, dal livello economico raggiunto. I miei suoceri, che sarebbero considerati benestanti secondo lo standard tedesco, raccolgono i vasetti di vetro per le marmellate e anche le buste degli insaccati, le vaschette in plastica delle verdure dell'orto, le etichette dei vestiti usati, che poi mia suocera usa per coperture artistiche di buchetti e tagli dei vestiti nuovi...

Ma il massimo l'ho ascoltato alla radio.

Un ascoltatore illustrava cosa faceva degli spazzolini usati: li spiumava delle setole, e poi ci mangiava il SUSHI al ristorante giapponese!

26 marzo 2013

Il dispetto delle regole...

Parlavamo oggi con un'amica che vive a Parigi, ma è di Taranto- a me da quando sono in Orobieland manca il sud...che a Dusseldorf gli italiani sotto Arno erano numerosi, per mia fortuna che ho passioni balenghe.

Si parlava e dicevamo che è poi difficile definire se certe abitudini sono legate ad una appartenenza nazionale oppure dipendono da scelte individuali. 
Non ci si riferiva alle feste collettive, dove la linea di demarcazione è più facile...se là c'è il carnevale renano con il lancio di dolci sulle platee di bimbi – a proposito, cortini i cortei quest'anno e decisamente meno i dolcetti, sostituiti dai kleenex. Segno dei tempi?- qua, invece, ci sono le feste di mezzaquaresima. 
Ma questi, appunto sono i custom di un popolo, consacrati da letteratura e storia, tradizione.

Le abitudini nei comportamenti privati, meglio: nella sfera relazionale più privata, sono invece quelle che danno il senso della differenza e, insieme, sono le più difficili da acquisire per un neo expat.

Sono anche le più soggette ad interpretazioni e accomodamenti contestuali. Tanto che risulta davvero difficile generalizzare; variano a seconda delle persone (modifica individuale) e a seconda del livello di intimità raggiunto con le stesse (modifica relazionale).

Acclariamo con un esempio concreto, che qui non ci si raccapezza. 
Le festine di compleanno, stracitate. Si può tranquillamente affermare che in Germania sono in genere molto strutturate; 
prevedono una serie di microeventi nell'evento, coi due momenti clou, l'apertura dei regali e della torta
nascono con un Einlandung originale, completo di ogni informazione; coinvolgono un numero riservato di persone – da 5 a 10 bambini; 
si annunciano con almeno tre settimane di anticipo; 
comportano da parte degli invitati dei regali come da noi, ma meno costosi che da noi (da 3 a 5 euro cada invitato)

In Italia, per le stesse celebrazioni, si opta per le feste con adulti e bimbi; 
si assiste a una certa deregulation nelle attività, i bimbi in genere si autorganizzano; 
i buffet sono open e rivolti anche agli adulti, una boccia di spumante non manca mai; 
gli inviti si dilatano, fino a considerare la normalità una ventina di bimbi e altrettanti genitori e parenti di supporto; 
gli inviti vanno recapitati una decina di giorni prima, in genere ci sia accontenta di un fogliettino prestampato delle Winx o di qualche altra creatura digitale del momento.

Ma quanto esposto sopra, in fondo, è una regola generalissima.
Se penso alle nostre esperienze in materia...

Al nostro primo compleanno all'asilo Waldorf abbiamo fatto fatica a raggiungere il quorum di 12 bimbi. La ragione poi era più legata alle procedure anomale adottate, con l'invito a cartellone collettivo, che nessuno guardava, e mica a una vera e propria reticenza.

Il secondo anno è andata a mio parere benissimo: giusto compromesso tra organizzazione teutonica (invito, anticipo di tre settimane...) e deregulation italica (20 bimbi, attività spontanea, pappa ottima e abbondante...)

Il terzo, quello dell'addio sono intervenute circa 60 persone. Conoscendoci tutti meglio, molti si sono felicemente adattati alla nuova interpretazione “italiana” della celebrazione di compleanno infantile (ecco cosa si intendeva per modifica relazionale di una consuetudine). Poi dove si mangia e si beve gratis...i crucchi sono attenti a queste cose.

Ma, il dispetto delle regole l'abbiamo conosciuto anche qui, eccome. L'anno scorso che non conoscevamo nessuno la Ari mi ha chiesto di invitare due bambinette a casa. Le bambinette pure l'hanno chiesto e richiesto fino alle lacrime. Beh, le loro mamme hanno sempre accampato scuse per rimandare l'incontro. Ci sono rimasta pure con l'amaro in bocca. Che ne sapevo io che sono le separatiste basche della comunità. Per par condicio non permettono alle loro bimbe di recarsi ai compleanni e loro stesse non invitano nessuna delle compagne...Ancora oggi mi chiedo perché (quest'anno però separatiste a parte, se mai ci si chiedesse, è tutto un fiorire di “vieni qui”, "viene da noi?" Eccetera. Tutto va come deve andare)
E' così. Quando l'esempio si fa concreto è difficile sostenere una differenza culturale. Però c'è. E qui, nel blog, non si fa altro che cercare interpretazioni e fili conduttori. Parafrasando l'aquinate: meglio una conoscenza imperfetta di una cosa grande che una conoscenza approfondita di una cosa irrilevante".

...Che l'aquinate, e questo è certo, si ribalta nella tomba, ad essere citato per una qusquilia come le festine di compleanno!

19 febbraio 2013

Mamma son tanto felice, che sei a cinque minuti da me...

Sempre a dire: "eh la Germania... in Germania invece...nei paesi seri, come in Germania..." Spesso è vero. Quando si arriva, ah che sollievo le strade ben asfaltate, la segnaletica parca e funzionale, i begli alberi cicci dalle fronde distese, alti e orgogliosi. Senza scendere, meglio “salire”, in cose come l'occupazione giovanile, l'affidabilità dei servizi, le infrastrutture, ecc, ecc ecc
Però un conto è parlare un conto è viverci, in Germania. Sulle grandi piccole cose della vita di ognuno, ecco che spuntano asperità, soprattutto per gli expat senza supporto familiare. Pauca res, ma per per chi c'incappa diventano macigni.
910 euro è quanto si spende a Ddorf per un asilo nido a tempo pieno, al mese, se la mamma deve/decide di rientrare al lavoro prima del compimento di due anni del bimbo.
Qualche asilo normale ha posti anche per i piccoletti, ma sono rari e ricercati. Indi l'alternativa è il privato. E non è il tetto massimo, 900 euro.
Ai Villa Luna, una catena particolarmente in ne chiedono 1400.
(Nessuna Tages mutter è attivabile per un tempo pieno, e le badanti a pensione, soluzione molto praticata in Italia da chi può, pare non siano diffuse...che ai tedeschi non piaccia avere estranei per casa?)
Bon. Ai 900 euro, la coppia che lavora deve aggiungere un contributo alla baby sitter che si occupa di ritirare il bimbo, qualche volta la settimana e stare con lui in caso di contrattempi, chiusure dell'istituto o uscite anticipate...
All'ora sono 10 euro. Minimo.
Che altro? Se il bimbo si ammala. I pur generosi 10 gg. di permesso annui consentiti al genitore vengono rapidamente assorbiti. L'asilo ti chiama per ritirare il bimbo prima del tempo, anche per un orzaiolo o l'indizio di una banale pediculosi...
Allora la soluzione ideale, qui come lì, è sempre una: la cara vecchia famiglia d'origine.
Nel caso specifico, due amici con pupetto di un anno e mezzo. mammetta ha preso il suo bel volo dalla Francia per recarsi ad assistere il nipote e supportare la figliola e il genero.
Succede anche nell'efficientissima, moderna, invidiatissima Germania.

14 febbraio 2013

Paese che vai, usanze che -ti- ritrovi.

Così è. La cultura che ti ospita ti dilava. Piano, piano.

Io e la mamma tedesca della scuola di Ari stiamo diventando amiche. Prima l'interesse mio per la lingua, poi le bimbe che vanno d'accordo tra loro, la sua grande è persino diventata la baby sitter di Ari quando vado a yoga...

Quest'anno lei ha perso il padre. Io la mamma. Viviamo di emozioni condivisibili. Oggi vado a ritirare da lei la Ari, che non sta bene, non ancora e uffa 'sti virus malefici... una settimana di arresti domiciliari...ma questa è un altra storia.

Funf minuten di gioco richiedono le bimbe a gran voce. "Drei!" Rispondo io secca. Io, poi.

E via, ci sediamo in tinello, io e la Iris. Chiedo di sua mamma, ora vedova, lei di mio papà, ora vedovo...mi mostra le foto di suo padre, dagli anni '60 in avanti, un omone grande e sorridente, accanto una moglie austera.

Ecco le cartoline di condoglianze, tanto diverse dalle nostre...Le loro, tedesche, sono serene, gioiose...di solito riportano immagini di un elemento naturale, il torrente, gli alberi... metafora dei cicli della vita...A volte qualche strofa poetica ispirata al tema della nuova esistenza. Tutto in colori chiari, primaverili...Parte il mio elogio sperticato. Anche solo i colori, dico, da noi siamo ancora ai tetri paludamenti barocchi, viola e nero, marrone sangue rappreso per i più up to date... mi blocco che la vedo trastullarsi con una immaginetta, un po' titubante me la mostra. Nooo! Il classico santino dei morti, con il volto sorridente del defunto in b/n, un po' sgranato che è un ingrandimento di un originale di piccolo formato, accanto c'era la moglie ma è stata scapitozzata e di lei resta solo una inspiegabile spalla bianca. Completano il santino la data di nascita e di morte sotto crociazza nera: “Bella vero? Ci ho pensato io con il fotografo di qua, adesso mando le copie in Germania ...anche a Berlino che mio papà veniva da lì. Eh, con la foto è meglio così ce lo ricordiamo tutti.”

E certo. Così anche per il decor funebre avanza, purtroppo avanza, la linea della Palma.

11 febbraio 2013

Carnevale. Che strano scherzo.

A Düsseldorf. Per il Carnevale renano. Il Carnevale e`quello che ho imparato a conoscere, condividere, apprezzare, a volte evitare...con la gente mascherata per strada, i party improvvisati e quelli organizzati nelle rock kneipe (cantine dove si fa musica), gli ubriachi abbruttiti, le belle sfilate di carri, con i lanci di dolcetti ai bimbi, gli "Helau!" che rimbalzano da una parte all`altra della citta`...e mai come quest`anno mi e`chiaro il calendario: la sfilata dei bambini in Altstadt al sabato, come sempre ci si trova con altre mamme assiderate e bimbi irrequieti davanti al panificio piu` famoso del centro. Il giorno dopo e`la volta della sfilata di Gerresheim, il quartiere dove abbiamo vissuto e dove ancora oggi Arianna va periodicamente dal dentista. Anche qui, persino gli angoli piu`assolati, dove sostare in attesa dei carri, sono noti e riconoscibili...Rosenmontag si chiude con una gran parata, una gran bevuta e un gran ammasso di vetri ovunque.Tutto e` come sempre. Ma stavolta e` diverso.
Stavolta non so...non e` piu`casa mia.
Via, si puo` scrivere "The end" al capitolo Düsseldorf. Chiuso, anche questo, come tanti altri nella mia vita.

Eccolo. Anche qui, lui sempre lui. Del resto il tema di quest`anno era la politica...

27 gennaio 2013

I tedeschi la fanno profumata...



Un altro titolo che rimanda al mondo escrementizio, ma giuro, è un caso.

Allora, si stanno affrontando i lavori di casa. Alcune regole imposte dai regolamenti comunali, quasi tutte, le trovo discutibili. Altre meno. Tipo, la dimostrazione di accessibilità per i portatori di handicap. Praticamente se devi mettere mano al secondo bagno, meglio pensare a una porta larga almeno 80cm e una distribuzione dei sanitari che con pochi aggiustamenti non strutturali possa permettere la movimentazione di una carrozzella.

Ora, dopo tutti i tiè e gli sfregamenti scaramantici, e l'iniziale stupore...non è che qui la prospettiva sia quella di diventare sempre più giovani...e anche la Ari, metti si spacca una gamba, il braccio ha già provveduto. in fondo se ben interpretata la legge è un suggerimento di buon senso.
Ma ce ne sono altre due che perplettono. La prima è quella sui rapporti aero illuminanti. Misuri lo spazio finestrato e lo relazioni coi metri cubi del locale. Se esce da un certo parametro la stanza va ripensata. Di solito ridimensionata. Il parametro varia a seconda della destinazione d'uso del locale. E' una delle ragioni per cui gli architetti ti propinano stanze da letto grandi come loculi (e enormi soggiorni buoni per happening hippies). Ora. La cosa che balza agli occhi neofiti è: non vale nulla il fatto che una finestra sia rivolta a sud o a nord? No che la quantità di luce cambia assai. Comunque no. Questo fattore non conta.

Ma la regola più arbitraria di tutte, a sindacabile parere, è l'antibagno. Un locale separato con la sua brava porta, che nasconde agli occhi l'accesso al cesso.
L'antibagno, in qualunque situazione lo giri è progettualmente goffo. Relativamente a metrature da mass market, mica da residenza di Arcore... Chiedo per curiosità spiegazioni. Magari sfugge un dettaglio tutt'altro che risibile... rischi di esondazioni notturne dai water, con conseguenti scollamenti di parquet e marezzature sospette sui top i granito...che so io. Nulla di tutto questo. Fatto estetico, mi si risponde. non sta bene vedere la porta del bagno, e... olfattivo.
Sì, sì. Lontano dagli occhi e dal naso.

Ora. In Germania. Ho vissuto in tre appartamenti e nessuno con l'antibagno. E mica solo dove ho abitato io, ma anche in villette, case grandi, adeguate...Nella maggior parte di quelle visitate in 4 anni, i bagni si aprivano direttamente nel disimpegno o all'ingresso o in corridoio.
Di più. La gran parte dei bagni a Ddorf sono ciechi.
Ancora, qualcuno adotta un ricambio dell'aria “naturale” tramite una griglia posta su una conduttura interna proveniente dai garage. Si fa l'ovo e pian pianella, l'effluvio se ne va sponte sua...
Tutti dico tutti non prevedono bidet.
Rincariamo? Rincariamo. I tedeschi si inzippano di carne e insaccati e sugne animali. Cose che producono putrescine, cadaverine e compagnia bella.
Invece noi. Mangiamo verdure e carboidrati. Provvediamo a lavarci dopo la grossa nei nostri comodi bidet -sono lì per quello-. Non contenti, per non creare disagio apriamo la finestra che i bagni hanno le finestre (è un obbligo mica una scelta).
Ecco. In quale dei due paesi si rende necessario l'antibagno?

E qui urge una spiegazione...